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Facebook e tradimenti: case-study di viral marketing e cattiva informazione

tradimento su FacebookNon so se avete seguito la vicenda, apparsa su molti quotidiani, del presunto tradimento di Valeria da parte di Antonio, scoperto attraverso Facebook.
Tutto nasce dall’affissione selvaggia a Roma, da parte della presunta promessa sposa,  di decine di copie di una foto (scaricata da Facebook) che ritrae il fidanzato, a due settimane dal matrimonio, in atteggiamenti poco “ortodossi” con una signora dalla generosa scollatura…

La storia si è ben presto rivelata un manovra orchestrata ad arte per la promozione del film Feisbum del regista Dino Giarrusso.
Lasciandovi ai link in fondo al post per la storia completa, volevo solo condividere con voi un paio di considerazioni:

Prima considerazione
A mio avviso PERFETTA la strategia di viral marketing, un bellissimo case-study italiano da apprezzare e analizzare per la sua capacità di  amalgamare gli ingredienti giusti per il successo:

a) Il piu’ chiacchierato social network del momento
b) La solita storia di corna che accende interessi e fantasie di noi italiani
c) L’estrema verosimiglianza con altre storie di tradimento e vendette portate nelle strade con volantini artigianali
d) La cross-medialità: i volantini per la città, Facebook, Youtube (la “vendetta” della fidanzata) e i quotidiani appunto tirati per la giacca.

Il cocktail è esplosivo e molti giornali cadono nella rete (e nella Rete) anche se, a onor del vero, diversi subodorano la bufala. Insomma, complimenti a chi ideato tutto questo: con pochi mezzi si è riusciti ad ottenere risultati incredibili se confrontati, ad esempio, con la campagna viral per il film Watchmen (e parliamo di ben altri budget).

Secconda considerazione
Come già detto, in molti hanno sospettato della falsità della notizia. Tuttavia, non mi pare una bella figura per i media tradizionali, che forgiano e spostano opinioni di grandi quantità di persone, confondere ancora una “bufala” con strumenti di comunicazione non convenzionale che oramai dovrebbero essere noti a chi fa informazione. Per i giornalisti che ancora non l’hanno capito, dunque, cominciate DA QUI.  Anche per evitare, e scusate la polemica, che additare i social networks come vasi di Pandora hi-tech per vendere qualche copia in più possa indurre a proporre progetti di legge quantomeno DISCUTIBILI.

 Linkografia
@ Scopre su Facebook che lui la tradisce. E si vendica coi manifesti 
@ Valeria non perdona su Facebook
@ Tradita mette alla gogna promesso sposo, ma forse è una burla
@ Viral marketing: Facebbok, tradimenti e matrimoni annullati
@ Valeria non perdona Antonio, vendetta per colpa di Facebook

La strategia Internet di Danone: case-study da non imitare

Grazie al blog di Nicola Mattina, sono venuto a conoscenza di una iniziativa di Buzz Marketing della Danone, che affidandosi alla Promodigital, ha tentato di sfruttare le peculiarità del Web 2.0 per la promozione di alcuni suoi prodotti. Lo scopo era  quello di focalizzare l’attenzione degli utenti Internet sugli elementi differenzianti di alcuni prodotti (Actimel e Danacol) rispetto alla concorrenza.
Il primo elemento della strategia è stato quello di manifestare la propria presenza all’interno di una ventina di forum, con lo scopo di dare informazione, chiarire dubbi sul prodotto e tentare di attivare una comunicazione bidirezionale con clienti reali e potenziali.
Fermo restando che la strategia non può esaurirsi nell’arco di un paio di mesi, a me pare che l’esperienza sul forum almeno per ora sia fallimentare. Chiunque usi la Rete da un po’ di tempo sa quali sono i meccanismi di difesa (e di attacco) messi in atto da chi si sente oggetto di pressioni commerciali. Lo stile di comunicazione del nickname targato Danone non ha certamente aiutato. Era una voce da promoter di supermercato, da comunicato stampa, da taglia e incolla di materiali creati da altri. Non era in grado di dare una seria informazione scientifica laddove il punto di forza del prodotto dovrebbe essere la superiorità dei prodotti Danone rispetto ad altri yogurts e soprattutto rispetto ad altri yogurts probiotici. Un medico e un biologo, seppur con costi superiori,  forse avrebbero retto meglio all’urto. 

Il secondo elemento della strategia è stato quello di invitare alcuni bloggers ad un evento dove sono state spiegate le peculiarità del prodotto. L’idea era quello di indurre gli influencers delle Rete (proprietari di blogs molto visitati) di postare resoconti della serata in modo che si attivasse un processo di Buzz Marketing virtuoso.
Anche questo secondo elemento della strategia non sembra avere avuto per ora molto successo, visto che i commenti della blogosfera che ho raccolto (vedi links in fondo all’articolo) sono per ora piuttosto negativi.

A mio parere sono stati compiuti diversi (gravi) errori:

1) Come già detto, lo stile di comunicazione deve essere coerente al prodotto, e nel caso della presenza nei forum non lo è stato. Danone ha sufficienti mezzi per sostenere i costi di un portavoce qualificato, ma non lo ha fatto. la conclusione ma probabilmente i costi sarebbero stati superiori.

2) Primo errore di segmentazione: non si può pensare di trovare omogeneità di comportamenti di consumo dove la variabile discriminatoria sia ‘frequentazione forum salute e bellezza’

3) Secondo errore di segmentazione: i bloggers sono persone dai profili molto diversi e non li puoi segmentare sulla base della variabile ‘blogs più frequentati’ .  Perdonate l’iperbole, ma è come mandare uno spot sui preservativi su Radio Maria solo perchè è tra le reti più ascoltate in Italia. Non solo: l’errore di strategia è amplificato, perchè in media questo segmento di popolazione è più istruito, più attento alla dimensione etica delle aziende e assolutamente impermeabile a messaggi semplificati.

4) Perdita di controllo della comunicazione: ha contribuito al boomerang comunicativo la pubblicazione su Youtube (NON da parte dell’azienda, ma da parte di un partecipante alla serata) dei video della serata che, sinceramente, ha messo di fronte il pubblico Internet a una serata promozionale stile Tupperware più che ad un’ azienda moderna che crede nelle potenzialità di mercato della Rete.

Riassumendo il mio punto di vista, da una multinazionale del genere non può essere accettato che faccia marketing indifferenziato a segmenti della popolazione identificati attraverso criteri completamente errati rispetto al tipo di prodotto.

Le mie impressioni finali:

1) L’errore di fondo è che si è voluto ottenere il massimo con il mimino sforzo, e questo nel marketing NON E’ POSSIBILE. Conquistare audience su un prodotto costa lacrime, sangue e soldi.

2) Penso che chi ha progettato queste strategie non ha una cultura di marketing tradizionale solida e si nasconde dietro i nuovi strumenti comunicativi offerti dalla Rete come se fossero la pietra filosofale. Senza scomodare pratiche complesse come la cluster analisys, bastava un minimo di buonsenso per segmentare meglio il mercato di riferimento

3) La reputazione dell’azienda, che già in Rete non gode di ottima salute (ci sono state alcune contestazioni di pubblicità ingannevole, anche se non tutte giunte a definizione) secondo me è ulteriormente compromessa.

Per concludere, invito a riflettere su alcuni concetti base indicati nella mappa meme web 2.0 nell’ormai strafamoso articolo di Tim O’Reilly, tradotto qui. Sono queste basi che possono aiutarci a non incappare a clamorosi errori di marketing 2.0 . 

# Partecipazione,  non pubblicazione
# Arricchimento delle esperienze degli utenti
# Attitudine, non tecnologia
# Il comportamento dell’utente non è predeterminato
# Cooperazione, non controllo

Linkografia

I forum che ho trovato nei quali il “portavoce” Actimel/Danacol ha sperimentato qualche difficoltà …

@ Dì la tua forum
@ Newsgroup gateway
@ Nutritionvalley Forum
@ Bertuccia Forum

Il punto di vista dei bloggers (e anche una replica dell’ideatore) sulla campagna Danone

@ Milioni di yogurt con i social media
@ Tempo di Buzz Danone Actimel
@ Danone: perchè così non funziona
@ Danone ascolta e le persone partecipano. Un esempio di social networking offline
@ Evento Actimel by DeliMyth
@ Un evento per costruire la reputazione online: l’esempio di Danone
@ Facciamo un po’ di chiarezza
@ Danone 2.0: da Stanhome alle bertucce, passando per Herbalife

Una directory delle aziende italiane 2.0

Desidero condividere con Voi l’ottimo lavoro di Claudio Ancillotti dell’agenzia 2.0TaskForceItaly, che sta conducendo un progetto di tipo tassonomico sulle attività delle aziende italiane in ambito Web 2.0. Un ottimo spunto per conoscere, riflettere, segnalare.

@ TOP List Aziende 2.0 – Social Media Marketing

The state of Social Media 2008

E’ stato pubblicato recentemente da Technorati lo “State of the Blogosphere 2008 report,” la quinta edizione del rapporto sullo “stato della blogosfera”.
Per la prima volta, oltre ad un’analisi quantitativa del traffico Technorati, è stata realizzata un’indagine personale sui bloggers, per analizzare ancora meglio il fenomeno.

Secondo Technorati le notizie sono più che incoraggianti per quanto riguarda l’impatto dei “nuovi media” (che tali più non sono, un po’ come quando si parla del “nuovo cinema italiano”) sulla vita di tutti i giorni. Riporto le affermazioni che ho trovato più interessanti lasciando a voi la lettura dell’intero articolo (in inglese).

1) I blogs sono un fenomeno globale: a Giugno 2008 Technorati censisce blogs in 81 lingue e all’indagine hanno aderito bloggers di 66 paesi in 6 continenti

2) I blogs sono un fenomeno consolidato: vengono mantenuti in media per tre anni, producono qualcosa come un milione di post al giorno e almeno un blog fa parte dei top 10 web site qualunque sia la chiave di ricerca

3) I blogs influiscono pesantemente sul branding: che un’azienda lanci o meno una campagna sui social media, quella marca è già presente nella blogosfera. 4 bloggers su 5 parlano di prodotti o marche nei loro articoli

Insomma, secondo lo studio Technorati la blogosfera incide sempre di più nelle nostre vite quotidiane, incalzando il mainstream e divenendo complementari, non più gregari, ai media tradizionali.

Il resto lo potete leggere nell’articolo originale (English):

@ http://technorati.com/blogging/state-of-the-blogosphere/

Case study Enterprise 2.0

Brevissimo post per segnalarvi l’ottimo lavoro di Emanuele Quintarelli, che nel blog The Social Enterprise riporta un interessante case study sull’introduzione dei concetti Enterprise 2.0 e Web 2.0 all’interno di una PMI italiana. Articoli come questi sono ancora merce rara, anzi se ne conoscete altri sarebbe utile condividerli in questo spazio. Ecco il link

@ Il caso Lago: Enterprise 2.0 come arma strategica della PMI

Twitter for business

A prima vista Twitter non rappresenta certo un buon viatico per dimostrare a un piccolo imprenditore le potenzialità offerte dalle piattaforme 2.0.
Eppure, se l’azienda ha almeno alcune caratteristiche, se l’imprenditore dimostra di essere sufficientemente open-minded, non dovrebbe essere difficile riconoscere le potenzialità business di questo strumento di microblogging.
Focalizziamo l’attenzione su una piccola azienda, con una piccola rete locale, con persone che si spostano sul territorio e utilizzano più o meno frequentemente la posta elettronica.
I vantaggi competitivi che può regalare Twitter possono essere riassunti in quattro macro-categorie: gestione del tempo, diffusione di notizie, logistica, P.R. / marketing.

1. Gestione del tempo
Con Twitter, i membri di un gruppo di lavoro possono scambiarsi messaggi istantanei riguardanti l’andamento di uno o più progetti. Da questo punto di vista, Twitter è molto più rapido e flessibile della posta elettronica, dando tra l’altro ai responsabili la possibilità di avere una sorta di Timeline del lavoro svolto (lascio volutamente da parte strumenti ancora migliori come Plurk).
In caso di più gruppi o reparti, la confusione generata dall’accavallarsi delle notizie, di cui inspiegabilmente Twitter non si cura, può essere risolta utilizzando alcune applicazioni quali Twitter Groups, Twitly (a mio parere più amichevole nell’interfaccia), #hashtags   (il cui funzionamento è spiegato dall’ottimo post di vincos).

2. Diffusione notizie
E’ molto più semplice condividere una notizia o un link attraverso Twitter che non con la posta elettronica, soprattutto per chi in un certo momento della giornata non è nella sede aziendale.
Più complicato condividere immagini, magari scattate dal proprio cellulare. Per le aziende la cui condivisione di immagini è un elemento importante (lo stato avanzamento lavori in un cantiere edile, il lavoro della guida turistica nell’altro emisfero, ecc.), una soluzione è Twitxr (che sarebbe un’ottimo sostituto di Twitter se non fosse che è poco frequentato e quindi poco utile per le attivita’ di cui al punto 4), o applicazioni “a margine” come Twitpic e di cui ho parlato in questo articolo.

3. Logistica
Twitter può essere aggiornato da un PC che non è il proprio, via e-mail (tramite Twittermail) o via SMS; che tu sia un venditore, un trasportatore, un fattorino, lo stesso responsabile fuori sede, puoi comunicare la tua posizione o ciò che stai facendo ovunque ti trovi (per semplicità non mi addentro nella giungla delle applicazioni geotagging).

4. Pubbliche Relazioni / Marketing
Entriamo in una fase più complessa da implementare, nel senso che necessita di qualche sforzo in più e di minime competenze di marketing per evitare devastanti boomerang in tema di credibilità.
Un primo approccio è quello di identificare gruppi di utenti Twitter che hanno medesimi interessi. A tale scopo ci possiamo affidare a Twellow.com. Il passo successivo è quello di diventare followers di tali utenti e con strategie oculate (e non invasive) di comunicazione attrarli verso si sè.
Una seconda possibilità, piuttosto frequente in U.S.A., è quella di utilizzare Twitter per sapere cosa si dice della nostra azienda, del nostro prodotto o servizio, o del segmento di mercato nel quale siamo posizionati. A tale scopo è sufficiente utilizzare servizi come Twittersearch oppure Twitdir , che consentono di cercare all’interno di tutti i post una determinata parola.
In un sistema integrato, infine, Twitter può essere utilizzato per veicolare l’indirizzo del sito web, del blog aziendale, della nostra presenza su altri siti di social networking .

Linkografia

    (english)
@Twitter in the Office: Fast, Aware, Open Teams
@Eight Ways Twitter is Useful Professionally
@How to Use Twitter Productively
@Twitter for Business (contiene un’ottima Beginners’ Start Guide in pdf)

    (italiano)
@ Twitter e business: il microblogging applicato all’azienda
@ Twitter e la comunicazione aziendale
@ Hashtags: un po’ d’ordine su Twitter

L’Alchimista

Interessante questo articolo di Elisabetta Rosaspina su Corriere.it secondo cui lo scrittore Paulo Coelho ormai da anni cerca su Internet i siti che diffondono illegalmente le versioni elettroniche dei suoi testi per… citarli nel suo sito ufficiale e favorire la diffusione di queste copie pirata!
Quella che a prima vista sembra una Tafazzi-based strategy, in realtà dà ottimi frutti tanto che Coelho non fa altro che aumentare le vendite dei suoi libri.
Passando ad un altro bene oggetto di copyright, sono sempre stato convinto che, se Windows e Office siano tuttora i software più diffusi sulla Terra, ciò sia dovuto al fatto che siano stati anche i più copiati. Se fin da ragazzo mi abituo all’utilizzo di uno strumento e se ciò vale per una pletora di utenti, è ovvio che anche sul mondo del lavoro si tenda ad acquistare software che i dipendenti possano utilizzare velocemente con costi di formazione bassi o addirittura nulli. Lo stesso dicasi se il nostro pirata adolescente/studente decide, da “grande”, di mettersi in proprio (ovviamente non in nero, ma questo è un altro discorso).
Il libro certamente ha elementi “emozionali” (il contatto con la carta, la presenza sulla propria libreria, la possibilità di sottolineare e prendere appunti) che lo differenziano notevolmente da un software ma anche, in maniera forse inferiore, da un CD musicale. Di sicuro, leggere un mazzo di fogli della stampante o stropicciarsi gli occhi davanti a un palmare non sono una bella esperienza, soprattutto per romanzi e letteratura in genere (forse per la manualistica il discorso può essere diverso).
Difficile quindi estendere il concetto ai beni in generale. Tuttavia, tornando all’articolo una cosa è certa: si tratta di un case-study dove il paradigma 2.0 funziona perfettamente. La diffusione dei testi di Coelho, anche in maniera illegale, la presenza di una piattaforma (l’autore stesso) che amplifica la viralità dei contenuti, crea un gioco cooperativo a somma diversa da zero. Ci guadagnano gli Internauti, i lettori e, soprattutto, lo scrittore.
Coelho mischia sapientemente alcuni ingredienti (le parole blog, youtube, myspace, facebook, flickr che fanno bella mostra di sè in testa al sito) distillando un elisir di popolarità e guadagno: riprendendo un suo famoso romanzo, è un vero alchimista.

Trasformare l’argento in oro (part two)

Riapro il thread di qualche giorno fa grazie ai commenti di Mauro e carlodaniele che hanno avuto la pazienza di leggere il mio post.
Nel mio intervento non avevo fatto alcun cenno su come il penoso stato delle infrastrutture telematiche italiane incide sulla diffusione di Internet tra la popolazione nostrana.

Come giustamente scriveva carlodaniele la questione è MOLTO complessa.

La mia formazione è di tipo economico, e già nel 1997 con la mia tesi, in modo molto modesto beninteso, avevo provato a tratteggiare uno scenario per il marketing telematico focalizzando la mia attenzione principalmente sui costi.

Carlodaniele, esperto di comunicazione e di Web 2.0, più attento alla componente sociologica, stigmatizza invece il ritardo culturale dovuto alla maggiore pervasività della televisione in Italia.

Il fatto è che sulla questione si può dire tutto e il contrario di tutto.

Gli USA, in quanto a pervasività del mezzo televisivo, non mi sembrano secondi a nessuno, eppure la diffusione di Internet è molto capillare.
Per quanto riguarda l’Italia, c’è uno studio che sembra avere solide basi scientifiche e secondo cui Internet addirittura batterebbe la televisione, soprattutto, però, fra le giovani generazioni.

D’altra parte, il modello di esclusione degli “over” dalla telematica per questioni prettamente monetarie non si sposa con la capacità di spesa dei baby-boomer che citavo nel mio post. Gli “over” (e dunque anche Mauro, beato lui :-) ) sono benestanti rispetto agli “under” (come me), perchè allora almeno in Italia non frequentano la Rete?

Volendo salvare capra e cavoli provo allora a introdurre molto grossolanamente il concetto economico di “utilità marginale dell’informazione”.

Se il costo economico (la bolletta) per collegarsi a Internet è alto, l’utilità che posso ottenere passando del tempo sulla Rete è bassa. Se il costo di collegamento è basso, posso anche passarci più tempo per vedere se trovo qualcosa che mi interessa e quindi l’utilità che ricevo navigando su Internet è più alta.

Se il costo rappresentato dallo “sforzo” culturale per collegarmi è alto, se solo per capire come funziona un blog, un wiki, un’asta on-line, devo “sudare”, allora l’utilità nell’utilizzo di Internet è bassa e non ci torno più.

Se Internet è davvero user-friendly, se è facile usarlo anche per chi non sa l’inglese, per chi non riesce a leggere i caratteri piccoli, se il linguaggio utilizzato non è di nicchia (niente slang ma il caro vecchio italiano)  ma soprattutto se chi accede possiede un minimo di dimestichezza nell’uso del PC, allora utilità nel navigare su Internet è più alta.

Possiamo rappresentare l’utilità totale dell’uso di Internet come la somma dei fattori culturali (FC) e i fattori infrastrutturali (FI), ciascuno moltiplicato per un opportuno peso x o y.

UT = xFC + yFI

Si tratta allora di dare un peso alle due componenti, e qui possiamo confrontarci quanto volete. Una sola cosa è sicura: qualunque politica che voglia favorire l’alfabetizzazione telematica deve tenere conto di entrambi i fattori.

Trasformare l’argento in oro

Saga è una società assicurativa inglese presente on-line con un portale dedicato ai silver surfers, ovvero gli utenti Internet con più di 50 anni di età. Tramite il sito web Saga gli utenti possono accedere a tutta una serie di servizi, da quelli più orientati al business (preventivi gratuiti su diversi tipi di polizza) a più personali, come ad esempio consulenze mediche on line e la la possibilità di accedere a Saga Zone, community per over 50 dove ogni utente può attivare un rete di contatti con i coetanei ed anche creare il proprio blog.
Si tratta dunque di un’azienda virtuosa, che conosce bene il suo target di riferimento, condivide contenuti tipici del social networking e sposa dunque perfettamente il paradigma Web 2.0.

La visita di questo sito ed il confronto con quanto accade nel nostro Paese mi ha spinto a fare due considerazioni:

1) Il tema dell’accessibilità: mi sembra sia un tema ancora poco seguito e, in Italia, legato soprattutto al concetto di disabile. Per gli anziani credo che l’accessibilità rivesta una sfaccettatura diversa: oltre a un problema sensoriale (per gli anziani basterebbe un menu con font customizzabile, come già capita di vedere su alcuni siti, qualche colore violento e qualche pop-up di meno) c’è un problema di LINGUAGGIO. Mi pare che generalmente il linguaggio di Internet sia un linguaggio da nuove generazioni, e che giocoforza mette all’angolo fette di popolazione ancorati ad un italiano un po’ diverso.

2) Il tema del digital divide che non è generazionale ma GEOGRAFICO: portali come Saga hanno successo perchè hanno una massa critica di potenziali utenti molto interessante. Dentro ai nostri confini, l’ultima indagine Istat, condotta a febbraio 2007 su 19 mila famiglie (per un totale di 49 mila persone), indica nel 43% il numero di famiglie (con almeno un componente tra i 16 e i 64 anni, quindi escluse quelle composte da soli anziani) che ha un accesso Internet da casa, contro una media europea del 54 per cento. Per gli “anni d’argento” la cosa è ancora più drammatica. Tra le persone di età compresa tra 60 e 64 anni solo  il 14,9% naviga in Internet (contro ad esempio il 29% degli USA, cioè circa 48 milioni di persone!). Per dare un’idea, la penetrazione di Internet sui “capelli grigi” nostrani è paragonabile a quella in Polonia e Lituania.

E’ appena il caso di ricordare che uno dei target più appetibili dai marketers, in virtù della loro elevata capacità di spesa, è proprio quella dei baby-boomers, cioè la coorte dei nati tra il 1946 e il 1964. Solo negli Stati Uniti sono circa 78 milioni di persone, mentre in Italia la cifra si aggira intorno ai 15 milioni. 15 milioni di potenziali creatori di utile per le imprese. Ma le aziende nostrane lo sanno?

Un paese in declino, lasciatemelo dire, si vede anche su queste cose.

Brevissima linkografia

# Saga: doing it properly
# Istat, Italia diciottesima in Europa per diffusione di Internet
# Internet con i capelli bianchi
# More Adults Over 50 Use the Internet than Ever Before

What is Web 2.0? Boh!

Spero mi scuserete se, nell’universo real-time e dinamico del web, mi permetto di segnalare un articolo del lontano 30 Settembre 2005.
Chiedo venia per questo mio sconfinamento nell’archeologia, ma penso di riguadagnare la vostra benevolenza quando constaterete che l’autore dell’articolo è Tim O’Reilly.
Per chi non lo conoscesse, questo signore è il fondatore forse della miglior casa di libri per informatica al mondo, pioniere del web-marketing con il suo portale GNN, convinto supporter del free software e dell’open source (Insomma vi basta?).
Tim O’Reilly è anche l’ “indagato numero uno” per avere lui stesso coniato la dizione “Web 2.0“.
“Perchè questa scelta?” vi starete chiedendo.
Beh, innanzitutto per dare la possibilità, a chi avrà la pazienza di leggermi ma soprattutto a me stesso, di apprezzare un “classico” dell’argomento.
In secondo luogo, penso che una riflessione seria sul Web 2.0 e sulla potenzialità di marketing che esso offre debba trovare radici in un apparato teorico solido.
Spero ricorderete quel tempo in cui il Web veniva tratteggiato come l’Eldorado: sembrava la nuova corsa all’oro, dove ogni azienda, poteva attingere a questo pozzo di San Patrizio immateriale per raccogliere utili a piene mani.

Beh, lo scoppio della Internet-bubble delle Borse mondiali del 2001 e i fallimenti che ne seguirono riportarono l’economia mondiale alla brusca realtà, per ricevere poi il colpo di grazia con l’11 Settembre (ma questa è un’altra storia).

Il problema è sempre il solito. Spesso si confondono gli strumenti con i fini. Nello specifico, una qualsiasi azienda, prima di affidarsi a piattaforme Web 2.0, DEVE PENSARE web 2.0, abbandonare il concetto di gerarchia, abbracciare quello di PARTECIPAZIONE, di CONDIVISIONE. Mutuando un piccolo estratto dall’articolo di O’Reilly, prima che una tecnologia Web 2.0 un’azienda di successo deve possedere una ATTITUDINE Web 2.0.

E allora mi piace fare un altro tuffo nell’archeologia e citare un piccolo passo della mia vecchia tesi del 1997, che ritengo molto attuale (e che suppongo vi linkerò a breve, per allietarvi (o guarirvi!) nelle vostre notti insonni.

Il marketing “tradizionale”, quello tipico del fordismo maturo per intenderci, non è divenuto improvvisamente un oggetto da museo. Tuttavia, bisogna riconoscere che nessuno può oramai sottovalutare le condizioni che possono portare al suo superamento. E’ piuttosto destabilizzante pensare al settore commerciale come svincolato dalla
componente logistica, o alla commistione (l’affermazione è volutamente forzata) che sempre più caratterizza marketing operativo e strategico. La telematica riduce sempre di più il divario tra pensiero e azione, tra breve e lungo periodo. E questo può spaventare molto.
Una volta di più, quindi, si ravvisa l’esigenza di grande cooperazione tra ricercatori ed operatori di mercato, con un rilievo critico nei confronti di questi ultimi. Non è pensabile per il management affrontare l’estrema turbolenza cui si sperimentano, va ricordato, soltanto i primi effetti, senza un riferimento preciso alla teoria e alla ricerca.

In breve: cari ragazzi, BISOGNA TORNARE A STUDIARE (io per primo).

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