La “mia” via di San Francesco

 “Il panda non adempirà mai al suo destino, né tu al tuo, se non rinuncerete all’illusione del controllo. Guarda quest’albero Shifu: non posso farlo fiorire quando mi aggrada, né farlo fruttificare prima del suo tempo”

(Maestro Oogway, “Kung-fu Panda”)
 “Non è importante la meta, ma il cammino”

 (Paulo Coelho, ma una roba del genere l’ha detta anche Jack Sparrow)

Cronaca di un fallimento? Lo giudicherete voi alla fine.
Dopo la bellissima esperienza di due anni fa ho voluto intraprendere un nuovo cammino su più giorni.  Avevo sentito parlare del Cammino di San Francesco, da Rimini (casa) a La Verna. I viaggi nascono vaghi nella testa, mesi prima, poi prendono pian piano forma con una elaborazione quantomai costante: dopo aver ricevuto le informazioni di massima, ti documenti sulla Rete, acquisti il libro sull’argomento e crei il tuo cammino personalizzato.

L’entusiasmo è un motore formidabile. Da due anni a questa parte mi sono allenato soprattutto correndo, ho concluso una mezza maratona e due ten miles. In fondo camminare non è altro che una corsa molto lenta, gli organi interessati sono sempre i medesimi. Perché allora non accorciare il tempo di viaggio da cinque tappe (quelle che caldeggiava il libro) a tre?

Purtroppo l’entusiasmo mi ha fatto dimenticare che anche fare l’amore e la minzione coinvolgono lo stesso organo ma che nessuno si sognerebbe mai di scambiare un’azione per l’altra.

E così, dopo due tappe, una di 41 km e l’altra di 30, un fastidioso dolore al retro del ginocchio destro mi ha costretto ad abbandonare il percorso canonico. Come vedrete dalle tracce gps qui in fondo, ho raggiunto La Verna da una parte completamente diversa, su 19 comodi km di salita su asfalto.

Non posso escludere che il problema al ginocchio sarebbe arrivato comunque, anche con un’articolazione più prudente del viaggio…

… Sì, ok, ve lo concedo, è una scusa che non regge. Ma torniamo alla domanda iniziale: è la cronaca di un fallimento?

Ho sbagliato il guado del Marecchia, andando verso Gualdicciolo anzichè Pietracuta. Grazie all’errore ho gustato delle meravigliose ciliegie di maggio dal ramo che usciva dalla proprietà di un ex-marmista, in compagnia di vecchie lapidi.

Ho abbandonato il fiume troppo presto a Pietracuta, e mentre riposavo tra i tavoli di una pizzeria chiusa il mio zaino ha incuriosito Gaetano, che portava il passeggino del nipotino. Gaetano mi ha parlato dei suoi cammini, di quello di Santiago, e di altri che non farà perché, mi ha detto ridendo, sua moglie è stufa e rischia il divorzio.

La mia stoltezza  e il mio ginocchio dolente mi ha fatto apprezzare ancor di più la gentilezza di Giancarlo, gestore del B&B I Capanni di Raggio (sì, voglio fargli pubblicità!), che si è fatto 40 minuti di macchina per portarmi a Pieve Santo Stefano, da dove ho concluso questo strano cammino.

Ho sbagliato un sacco, poco è andato come previsto, eppure anche questi 90 km rimarranno con me assieme al sudore, alla ghiaia e  agli incontri. Non vedo l’ora di ripartire a piedi e di fare altre cazzate.

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