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Vite brevi

[Capax]:“Comunque mi e’ andata bene, no? Voglio dire, quanti anni, quindicimila? Abbastanza bene, no? Ho vissuto un bel po’ “.
[Morte]: “Hai vissuto quanto gli altri: una vita intera. Ne’ più ne’ meno.”
 

Stamattina ho saputo che è morto Alessandro. Io e Alessandro non ci siamo mai incontrati, lui stava a Roma ed io in Romagna. Con Alessandro non ci siamo mai parlati, lui aveva un blog, sul quale non ho mai lasciato nessun commento, ed un account Friendfeed dal quale parlava delle sue piccole vittorie e delle tante sconfitte contro il suo male incurabile. Alessandro era un po’ come Don Chisciotte, però andava incontro al mulino a vento in sella alla sua Vespa e con la sua chitarra elettrica in resta.

Io una volta la morte in faccia l’ho vista, ma proprio proprio bene, e come penso sia accaduto per altri che hanno avuto la mia esperienza, io della morte non ho più paura.  Del dolore, però, soprattutto del dolore degli altri, ho sempre fatto molta fatica a parlarne. Così, leggendo delle peripezie di Alessandro, mi veniva molto difficile commentare qualcosa di diverso dal “Bravo”, “Forza!”“Daje!” e cose così. Pensate, gli stessi incitamenti che ho dato a mio figlio quando ha scritto la sua prima parola o ha pedalato per la prima volta con la bici senza rotelle, li ho riservati a chi doveva assumere morfina per difendersi dal dolore che gli procurava il corpo devastato dal cancro.

Io un po’ mi vergogno di questa cosa, e sarà per questo che reagisco diversamente dal solito. Perchè vedete, il fatto è che non piango quasi mai. Forse per carattere, o esperienze, o tutte e due le cose, tendo a trattenere tutto dentro. Per Alessandro, che non ho mai incontrato, con il quale non ho mai parlato, stavolta faccio fatica. Ciao Ale.

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Tenda 47

Dopo un lungo periodo di indecisione, dal 21 al 28 luglio ho deciso di lavorare come volontario di Protezione Civile al campo di accoglienza terremotati di Crevalcore (BO). Potrei raccontare del mio lavoro, dell’escursione termica della mia tenda n. 47, delle mie emozioni, della fatica e dell’allegria nel condividere l’esperienza con altri compagni, la terribile mancanza della mia famiglia, della gratitudine ma anche dell’ingratitudine e dell’indifferenza.
Ma voglio dedicare il mio e il vostro tempo a tre brevissime storie, in rappresentanza di tutte le altre.

Leonida (*), il capocampo, volontario di Protezione Civile, è estremamente competente e professionale. Leonida ha gestito una cinquantina di tende, un paio di centinaia di persone tra “ospiti”, volontari e forze dell’ordine, mezzi e risorse. Fermo e risoluto quando era il caso, conciliante in altre situazioni, negoziava i cambiamenti con i leader della comunità.  Leonida ha gestito alla perfezione le tensioni tra e con gli italiani e con i musulmani di varie etnie, ad esempio con l’arrivo del ramadan. Con queste incredibili capacità, Leonida nella vita non dirige o possiede alcun ufficio o azienda, ma ripara fotocopiatrici. Nel periodo di impiego al campo era disoccupato. Fortunatamente ricomincerà presto un nuovo lavoro.

Ahmed, in Italia da 22 anni, è un muratore e realizza impianti elettrici e parla meglio il bolognese dell’italiano. Ahmed ha fondato un’associazione di cultura islamica e, per sua fortuna, la sua casa è perfettamente agibile. Alla seconda scossa è corso a scuola con la certezza che sua figlia fosse rimasta sotto le macerie, ma Allah lo ha aiutato. Alla sera, Ahmed arrivava con la sua Tipo scassata e allietava la fine del ramadan, a cena, con il suo tè alla menta, che non mi faceva dormire la notte, non certo per la teina (arrivavo in tenda la sera stanco morto) ma per lo spaventoso effetto diuretico che mi faceva correre in bagno (200 mt. andata e ritorno dalla mia tenda) 2-3 volte.
Proprio per il ramadan, spostata di un’ora il termine del servizio mensa, Ahmed ha fatto in modo che ogni sera qualcuno dei suoi, dopo la chiusura, si fermasse per aiutarci a pulire e riordinare. Nessun “ospite” italiano lo ha mai fatto.

Euphemia, moldava ma dal nome greco, è in Italia dal 2000. Sposata in patria con un marito che, poco dopo, in un incidente perse entrambe le gambe, ha fatto contemporaneamente la badante e la donna delle pulizie per inviare denaro in Moldavia, al marito invalido. Un giorno, per caso, scoprì che lui con quei soldi ci manteneva una “nuova” famiglia. Adesso suo figlio, rimasto con lei in Italia, ha 21 anni e convive con una bella ragazza. Attualmente Euphemia fa l’OSS, ma studia anche ragioneria. Il prossimo uomo lo vuole già con un lavoro, non ha più voglia di mantenere nessuno. Tra i suoi consigli “non tradire moglie; per un pezzettino di fica, una volta, non rovinare tua famiglia”. Per un paio di giorni, Euphemia ha lavorato gratis con noi,  come noi, per aiutare  italiani e musulmani di varie etnie, ma nessun moldavo. Nel 2015, forse, riuscirà ad essere italiana anche lei.

Ho poi sentito di altre storie, appena dopo le scosse, di persone con famiglia, lavoro, problemi, vita insomma, che non si sono fatti una doccia per una settimana, con barbe ormai lunghissime, che non hanno quasi dormito perchè dovevano montare tende e portare corrente, acqua e fogne, il più velocemente possibile. 

Senza questa gente la Protezione Civile di fatto non esisterebbe, la Natura vincerebbe, i terremoti e i disastri riporterebbero i territori al medioevo.

Di questa gente non sentirete mai parlare, ma io sono profondamente onorato di averli conosciuti. Anche se è piuttosto probabile che non li rivedrò mai più. Grazie!

(*) I nomi in questo post sono di fantasia

RiminiCamp 2011: un resoconto parziale

La locandina del Riminicamp 2011Ho avuto la fortuna di partecipare (almeno parzialmente) a questa iniziativa che vi avevo segnalato qualche giorno fa, anche se per impegni personali ho potuto assistere soltanto alla prima tavola rotonda, senza purtroppo partecipare ai barcamp del pomeriggio.
Devo dire che la mia impressione è stata ottima. Il passaggio del testimone tra il primo gruppo di relatori (i padroni di casa, Pietro Leoni, Irina Imola, Mauro Ferri, rispettivamente dirigente, assessore e web content manager  del Comune di Rimini) e il secondo (Claudio Forghieri, moderatore, Gianni Dominici, Stefano Epifani, Ernesto Belisario, Laura Sartori)  ha reso bene quella che è la transizione che sta avvenendo. I promotori dell’incontro, ancora con un approccio tradizionale al web pubblico, ai suoi linguaggi, ma perfettamente consci di essere ad un punto di svolta, hanno lasciato la parola a relatori che hanno dispiegato una visione e un linguaggio nuovo. Sia chiaro che non si intende dare all’aggettivo “tradizionale” una connotazione negativa, va ricordato che solo il 18 ottobre scorso è stato messo online il portale dati.gov.it, la prima azione concreta della PA nel campo degli open data. Con la regione Emilia Romagna che, assieme a pochi altri, può essere ben considerata uno degli early adopters.

La transizione è ben descritta dall’oggetto della tavola rotonda cui ho assistito:  “web e PA: dalle reti civiche ai social media”

Ormai tutte le amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli, hanno un loro sito web. A causa dell’interesse crescente delle persone nei confronti dei social network, e per consentire e favorire l’esercizio della cittadinanza digitale, è necessario fare un passo in più.
I capisaldi della rivoluzione del Governo 2.0 sono due: il presidio (non la semplice presenza) nei social network, e la convinta adesione all’open data, “liberando” i dati pubblici e mettendoli a disposizione di cittadini e imprese. In breve, passare dall’informazione alla conversazione.

Non è più soltanto un problema di trasparenza, ma qualcosa che va oltre: attivare conversazioni e liberare dati possono favorire la creazione di user generated content, lo sviluppo dell’intelligenza collettiva e di reale valore pubblico. L’obiettivo delle pubbliche amministrazioni deve essere dunque quello di riconcepire il ruolo del sito web istituzionale.

Il fatto è che preseguire questo obiettivo pone sul campo una serie di problemi impegnativi, che ho provato a schematizzare ma che in realtà si sommano e si compenetrano:

I costi
I costi di accesso ai network sociali è praticamente nullo, ma gli amministratori non si devono illudere. Attivare conversazioni con i propri cittadini richiede organizzazione e preparazione. Nessuna innovazione reale si fa a costo zero, nessuna conversazione proficua può essere gestita dagli stagisti  o con gli account di SNS che restano attivi giusto per il tempo della campagna elettorale (il dato esposto da Epifani è impressionante: il 78%)

Le competenze
Le competenze (skills) vanno analizzate sui due poli della comunicazione. Da una parte, l’età media della PA rimane alta e ciò non favorisce l’adozione di nuove tecnlogie. Saper utilizzare i SNS viene ancora vista come una competenza informatica, come se per aprire un libro fossero necessarie competenze tipografiche. Il grido di battaglia dovrebbe essere “Formazione, formazione, formazione” ma la formazione costa, e nei ranghi ridotti di alcune amministrazioni il costo della perdita di un’ora di produttività per un’ora di formazione è rilevante. L’idea può essere quella dell’autoformazione, oppure la creazione di una social media policy, sul solco di altre esperienze in tal senso (Department of Justice  of Victoria, Australia).
L’altra faccia della medaglia è quella dei cittadini. Restano più che urgenti in Italia politiche di inclusione digitale, certamente sul lato delle infrastrutture ma soprattutto sul lato dell’alfabetizzazione (il digital divide, a differenza di quanto ci si aspetterebbe, non riguarda soltanto la componente più anziana della popolazione, questo quanto emerso nel corso della tavola rotonda)

Il paradigma
Il cambiamento nelle PA deve riguardare innanzitutto la forma mentis. Penso, tanto per fare un esempio, alle due ultime grosse campagne pubbliche, la PEC e il “Mettiamoci la faccia”. Trasparenza e valutazione sono elementi importanti, ma la loro applicazione è figlia di un modo “vecchio” di aprirsi ai cittadini. Lascio al lettore la ricerca delle critiche sulla PEC, dico solo che sostituire la raccomandata cartacea con quella elettronica sembra una rivoluzione a metà. Ha senso uno standard tutto italiano? E ancora: le famose faccine di Brunetta sono un tipo di feedback assolutamente limitato. Il denaro pubblico speso per i monitor touch screen che troviamo in molti sportelli pubblici non poteva essere utilizzato per progetti migliori?

La burocrazia
La P.A. non è snella, i livelli di responsabilità sono molti. L’ottica è ancora quella dell’emissione di un provvedimento (ottica importante, ma la PA moderna non può essere semplicementea una scatola nera con una istanza in ingresso e un provvedimento in uscita. Deve essere sempre più una rete di servizi, dove i cittadini contribuiscono al risultato. Sarebbe meraviglioso potenziare in senso social l’art. 11 della legge 241/1990 !

La resistenza
Molto semplicemente, davvero gli amministratori hanno voglia di mettersi in gioco? Comun-icare (mettere in comune cose) è faticoso, significa scoprire il fianco alle critiche, significa saperle gestire.

Il soggettivismo etico
Ai cittadini interessa davvero partecipare? Quanto ciò dipende dalla volontà reale di partecipazione stessa e quanto dall’usabilità della piattaforma per la comunicazione?

Insomma, di “carne al fuoco” ce n’è davvero tanta, ma spero, nell’estrema sintesi cui sono costretto, di avere dato qualche piccolissimo spunto di riflessione. Utilizzando la linkografia che vi propongo e con un bel giro per la Rete, potrete farvi un’idea della bellissima giornata di sabato. C’è una cosa che invece consiglio di fare di persona (Riminesi e non): una bella visita al Museo della Città, dove le dieci antenne wi-fi indoor (più le due esterne istallate nel 2010) assicurano una connessione stabile e veloce.

Concludo con la speranza che il Comune di Rimini, visto che il RiminiCamp del 3 dicembre ha coinciso con la Giornata Internazionale dell’open data , si adegui velocemente liberando quanti più dataset possibile. Spero inoltre che qualcun altro voglia segnalare qualche altro resoconto della giornata che copra la parte di evento che ahimè non ho potuto seguire.

Linkografia

Il sito web del Comune di Rimini
La pagina Facebook del Comune di Rimini
L’account twitter del Comune di Rimini
La timeline della discussione su twitter con hashtag #riminicamp2011
Il vademecum per le PA sugli open data
# Le slides di Salvatore Romano (intervento della seconda tavola rotonda)

Mappa degli alberi monumentali del Comune di Rimini

Guida agli alberi monumentali e di pregio del Comune di RiminiVado leggermente OT (ma solo leggermente, lo capirete più avanti) rispetto agli argomenti normalmente trattati su questo blog. Da qualche anno sono una Guardia Ecologica Volontaria (GEV), una figura istituita con la Legge Regionale Emilia-Romagna n. 23 del 1989. Le GEV, tra i compiti affidatigli, promuovono la cultura ambientale e concorrono ai compiti di protezione dell’ambiente, accertando violazioni e applicando sanzioni. All’interno delle GEV di Rimini è presente un Gruppo Censimento Arboreo. Tale Gruppo ha lo scopo di cercare, all’interno del territorio provinciale riminese, gli alberi monumentali o comunque di pregio (anche in forma di filari), censirli (laddove ci siano i requisiti, la regione applica forme particolari di tutela ai sensi dell’art. 6 della Legge Regionale Emilia Romagna n. 2 del 1977) e tenerli sotto osservazione.

Ma cosa sono esattamente gli alberi monumentali? Sono quegli esemplari arborei che presentano caratteristiche eccezionali di vetustà e di connessione al territorio, che ne esaltano l’importanza, rispetto all’insieme del patrimonio arboreo di una data zona.

Nel comune di Rimini ci sono circa 42000 alberi, di circa 190 specie, e tra questi spiccano alcuni esemplari particolari. Parliamo di esemplari tra i 100 e i 300 anni, sopravvisuti alla antropizzazione selvaggia del territorio. Si tratta di alberi riconducibili a due grossi macrogruppi: querce discendenti dalla macchia mediterranea medievale e alberi di pregio anche non autoctoni ma messi a dimora secondo il gusto estetico e botanico dell’inizio del 1800.

Nel 2010 ho contribuito a una piccola pubblicazione, “Alberi monumentali e di pregio del Comune di Rimini“, ideato e realizzato con l’Assessorato alle Politiche Ambientali ed Energetiche del Comune di Rimini.

Rientro almeno parzialmente sugli argomenti di questo blog dicendo semplicemente che, a partire dai dati raccolti per quella pubblicazione, ho creato una semplicissima Google Map sulla quale sono collocati 24 esemplari arborei del Comune di Rimini, corredati da descrizione ed una piccola immagine. Per adesso è solo un punto di partenza, visto che l’idea generale è un database, anche a partire dai dati raccolti dalle istituzioni, di tutti gli alberi sottoposti a tutela della Provincia di Rimini o comuunque meritevoli di segnalazione da parte del Corpo di cui faccio parte) .

La mia speranza è che qualcuno di voi, mentre va in giro per il territorio riminese, dopo una giornata di spiaggia o in qualsiasi periodo dell’anno, prenda in mano il proprio smartphone, si connetta a Internet e attraverso questo piccolissimo lavoro possa conoscere un ulteriore aspetto della città in cui risiedo dal 2000.

La mappa è naturalmente pubblica e si trova a quest’indirizzo. Altre informazioni sulle GEV o sui patriarchi arborei le potete trovare nella breve linkografia qui sotto. Buona gita tra gli alberi!

# Guardie Ecologiche Volontarie – Rimini
# Guida ai patriarchi arborei della provincia di Rimini
# Banca dati degli alberi monumentali della Regione Emilia-Romagna

BarCamp a Rimini

BarCamp RiminiSegnalo una iniziativa piuttosto interessante che una volta tanto si svolge a due passi da casa mia. Il Comune di Rimini ha organizzato per sabato 3 dicembre un Barcamp dal titolo “La Pubblica Amministrazione in Rete”.  Si tratta, cito direttamente dal wiki, di un “un evento organizzato dal Comune di Rimini per affrontare assieme ad esperti, tecnici e cittadini temi legati alla società dell’informazione e alla cittadinanza digitale con particolare riferimento al ruolo che una pubblica amministrazione può avere per favorire la crescita della conoscenza e la partecipazione dei cittadini“.

L’appuntamento, lo ripeto, è per Sabato 3 Dicembre, al Museo di Rimini, dalle 9.30 alle 17.30.

Rimando alla pagina dedicata per la consultazione del programma completo, ma desidero segnalare che, prima del barcamp vero e proprio, si terrà una tavola rotonda alla quale parteciperanno esperti del calibro di Stefano Epifani, Gianni Dominici, Ernesto Belisario che gli assidui frequentatori dei social network credo conoscano bene.

Io farò di tutto per esserci, e voi?

Query spaziali su Google Fusion Tables

E’ stata da poco rilasciata una nuova funzionalità per l’utilizzo delle Google Fusion Tables. L’ottimo servizio di gestione dei dati by Google da questo momento supporta anche le query spaziali!
Diverse sono le possibilità, tra cui determinare i punti di interesse che si trovano all’interno di una determinata area (rettangolare o circolare) oppure determinare il numero di elementi desiderati che si trovano nelle vicinanze di una particolare coppia di coordinate.

Stavolta la mia scelta è quella di non apportare particolari modifiche al codice riportato da Google e di farvi vedere solo uno degli esempi.
Mi sono limitato dunque a prendere dei dati già presenti in Internet (più precisamente l’indirizzo degli uffici postali presenti nella Provincia di Rimini) e li ho caricati in una Google Fusion Table, registrata all’indirizzo http://tables.googlelabs.com/DataSource?dsrcid=305567 . Il caso che vi propongo è quello di selezionare gli “n” uffici postali più vicini a un determinato punto della mappa.

Quello che è davvero interessante è che, per implementare la selezione all’interno del codice javascript, viene utilizzata una notazione “SQL-like” e quindi di facile comprensione

query: “SELECT indirizzo FROM ” + tableid + ” ORDER BY ST_DISTANCE(indirizzo, LATLNG(44.03, 12.56)) LIMIT 5″

tableid è la variabile che contiene il nome della Fusion Table, per il resto si tratta di una semplice query SQL dove i parametri sono il punto da cui calcolare le distanze (44.03, 12.56) e LIMIT, cioè il numero di punti da considerare (nel nostro caso 5)

Il codice finale è questo:

<!DOCTYPE html>

<html>
<head>
<meta name=”viewport” content=”initial-scale=1.0, user-scalable=no” />
<meta http-equiv=”content-type” content=”text/html; charset=UTF-8″/>

<style>
#map_canvas { height: 300px; width:600px; }
</style>

<script type=”text/javascript” src=”http://maps.google.com/maps/api/js?sensor=false”&gt;
<script type=”text/javascript”>

// definisce la tabella di Google Fusion da caricare

var tableid = 305567;

function initialize() {

map = new google.maps.Map(document.getElementById(‘map_canvas’), {
center: new google.maps.LatLng(44.03, 12.56),
zoom: 10,
disableDefaultUI: true,
navigationControl: true,
navigationControlOptions: {style: google.maps.NavigationControlStyle.MEDIUM},
mapTypeId: google.maps.MapTypeId.ROADMAP  });

//definisce il layer da visualizzare: la query e’ di tipo ‘Simil SQL’ e seleziona i 5 indirizzi (parametro LIMIT) più vicini al punto con coordinate 44.03 12.56
layer = new google.maps.FusionTablesLayer(tableid, {
query: “SELECT indirizzo FROM ” + tableid + ” ORDER BY ST_DISTANCE(indirizzo, LATLNG(44.03, 12.56)) LIMIT 5”  }
);
layer.setMap(map);

}
</script>
</head>
<  body onload=”initialize()”>
<div id=”map_canvas”>

</body>
</html>

mentre il risultato lo potete trovare qui.

Inutile dire che le potenzialità sono infinite. Potremmo infatti gestire come variabili sia il punto da cui calcolare le distanze (magari prendendola da un dispositivo mobile una volta impostato il parametro sensor a yes), sia il numero di markers da considerare (attraverso un FORM dal quale ricavare in input detto parametro).

Nella documentazione ufficiale Google Fusion Tables potete trovare gli altri esempi, fate qualche esperimento e… buon divertimento.

Linkografia

@ Search your geo data using spatial queries from Fusion Tables!
@ Google Fusion Table API

“Quando la Rete diventa pop”. Speranza o utopia?

Ricomincio a scrivere dopo tanto, troppo tempo, su questo blog raccontandovi di una bella serata trascorsa ieri.
Nell’ambito della manifestazione riminese Moby Cult – Incontro con l’autore, ho assistito, in compagnia di digitaladoptive, alla presentazione del libro “Network effect. Quando la rete diventa pop“, curato da Lella Mazzoli. Tra i contributi, quelli di Giovanni Boccia Artieri e di Laura Gemini, persone che ho avuto modo di conoscere durante le mie esperienze in Rete (e poi, fortunatamente, anche di persona). Il testo, a mio parere, è abbastanza complesso, non fosse altro per il fatto che la mia formazione non è di tipo sociologico. Ma è stato molto interessante apprezzare gli interventi degli autori che hanno tentato di diffondere le tematiche espresse nel libro a un audience eterogenea.

Vorrei condividere con voi le mie personali riflessioni scaturite dalla serata, riflessioni che mi hanno lasciato con una inquietudine di fondo.
E’ certamente un fatto la frequentazione dei SN da parte di strati sempre più vasti della popolazione, tanto vasti da considerare la Rete “pop” , secondo il titolo del volume. Tuttavia, a mio avviso, ci sono ancora difficoltà, o quantomeno punti non risolti. Lo stesso termine “pop”, per come è stato associato alla musica, rimanda a melodie semplici, adatte a tutti, indifferenziate, che più che creare si basano su modifiche di temi esistenti (mi sono permesso di rielaborare il lemma su Wikipedia).

Come tutte le “rivoluzioni” c’è certamente un ottimisimo di fondo, anche da parte degli studiosi di ieri sera. Le mie esperienze in Rete nascono nel 1994, ricordo bene quell’entusiasmo degli anni Novanta schiantarsi il 10 Marzo 2000, con il manifestarsi dell’Internet Bubble. Ed ecco perchè preferisco essere più cauto evidenziando le questioni ancora aperte:

1) L’effetto traino dei media tradizionali ha consentito l’accesso ai SN da parte di tantissimi utenti. Quanti di loro sfruttano davvero questi strumenti rivoluzionari? Spesso le relazioni sono superficiali, mantengono semplicemente un contatto con chi è lontano o semplicemente completa una relazione vicina con conversazioni di scarso spessore.

2) La produzione di contenuti, paradigma fondante del web 2.0, è molto limitata. Più che creare qualcosa di nuovo, ci si mette sotto una bandiera. Più facile “far parte di” che non “contribuire a“. “Diventare fan” (parlo di FB) spesso si concretizza in una semplice etichetta.

3) La scarsa partecipazione porta spesso e volentieri alla noia. I SN hanno parecchi utenti ma poi quelli effettivi sono pochi (si parla di un terzo di quel terzo di italiani che usano Internet). E quei SN dove “l’investimento partecipativo” è alto, come ad esempio Second Life, addirittura desertificano. Neanche i blog  godono di ottima salute (il mio per primo): le riflessioni costano fatica, scrivere è faticoso, ed è molto più semplice cedere alle comunicazioni superficiali sui SN).

4) Il GROSSO problema della privacy. Pur essendo d’accordo sul fatto che per le nuove generazioni il confine tra pubblico e privato è più labile, permangono problemi di consapevolezza. Le campagne come “Think before you post” o l’opuscolo “Social network: attenzione agli effetti collaterali” pubblicato dal nostro Garante per la protezione dei dati personali.

5) Privacy a parte, è ancora forte il problema complessivo del digital divide, nell’accezione squisitamente culturale e non infrastrutturale (aspetto cui comunque il nostro Paese è parecchio indietro). Chi educa all’utilizzo corretto della Rete? E’ sufficiente la pratica o, come penso io, ci vogliono strumenti culturali che gran parte della popolazione (giovani generazioni comprese) non ha? E, anticipando il punto 6, la politica ha interesse in questa educazione all’uso?

6) Il problema della politica. Da un lato ci sono forze (i frequentatori dei SN), che mettono sullo stesso piano il loro “io” pubblico e privato, che spingono alla partecipazione e alla trasparenza aziende e amministrazioni pubbliche; Dall’altro lato, “curiosamente”, accade che in Europa, al forte sviluppo dei SN, si contrappone una produzione normativa volta ad imbrigliare l’utilizzo della Rete (la nota vicenda D’Alia, le limitazioni francesi alla net neutrality, i tentativi di equiparazione tra blog e carta stampata, solo per fare alcuni esempi). Propaganda e non partecipazione, questo è ciò che conta per chi governa (concetto ben espresso da H. Lasswell e dalla scuola di Chicago, oltre che ovviamente da quello che riesco a comprendere del concetto di “Cultura di massa”, di “Tolleranza repressiva” e di “Concessione di libertà apparenti” di Marcuse).

Considerando tutti questi elementi, sembra che l’instaurarsi di relazioni con un minimo di creatività passi allora per le élites, gruppi ristretti di popolazione cui non interessa la massa critica. Lo stesso intervento di Laura Gemini, sull’utilizzo della Rete come stimolo alla creatività, è passato per la citazione delle avanguardie, che, mi pare, altro non siano se non élites.

Anche l’intervento di Luca Rossi mi porta alla stessa conclusione. Il videogioco è una grande metafora della società, dove chi ha la passione, la scintilla creativa, gioca, crea relazioni, tenta le via del cambiamento, e che si ritira non  appena la qualità di quella relazione decade.

Riprendo una frase di Giovanni Boccia Artieri

Cosa accade nel momento in cui milioni di persone nel mondo non sono più semplicemente pubblico di massa […] ma possono produrre connessioni “di massa” tra loro, con e attraverso contenuti che imparano non solo a fruire ma a produrre?

A mio modo di vedere le mutazioni di cui parla Giovanni sono ancora infinitesimali, e quello che è peggio e che ci sono spinte contrarie.

La mia riflessione finale:  Internet è un fenomeno eversivo (intendiamoci, inteso come sovversione “culturale” dell’ordine costituito). L’élite che comanda la società facendo leva innanzitutto sul suo potere economico la osteggia, un’altra elite (gli “eversivi” di cui sopra) che fanno fatica a fare breccia sugli altri che, in ogni caso, utilizzano i SN con un modello che si rifà in gran parte ai media tradizionali.

Non posso far altro che concludere ringraziando gli autori per aver suscitato in me tali riflessioni, giuste o sbagliate che siano (ribadisco, non sono in grado di sostenere un approccio sociologico al problema). Ma almeno è un punto di partenza per un dibattito di cui, se vorrete, sarò felice di attenderne gli sviluppi. Nel frattempo, se volete acquistare il libro, sappiate che non ho concordato nessuna percentuale 🙂


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