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Una directory delle aziende italiane 2.0

Desidero condividere con Voi l’ottimo lavoro di Claudio Ancillotti dell’agenzia 2.0TaskForceItaly, che sta conducendo un progetto di tipo tassonomico sulle attività delle aziende italiane in ambito Web 2.0. Un ottimo spunto per conoscere, riflettere, segnalare.

@ TOP List Aziende 2.0 – Social Media Marketing

In Europa Twitter è una perdita di tempo

Nel solco della tradizione secondo cui l’America sarebbe sempre una spanna avanti rispetto all’Europa, vi segnalo quest’articolo apparso su Forbes, ripreso da M.V. Principato su Downloadblog.it. Il tema: il sostanziale disinteresse delle grandi aziende europee nei confronti di Twitter. Secondo l’articolo pare che molte corporate del Vecchio Continente non abbiano mai sentito parlare di Twitter, e nei rari casi in cui ciò sia accaduto, questa applicazione di microblogging sia addirittura considerata una perdita di tempo. Certamente i casi citati nel pezzo di Forbes non costituiscono un campione rappresentativo. Inoltre, è abbastanza complicato condurre un’analisi di respiro europeo su questo scarso appeal verso Twitter. La lettura dell’articolo mi spinge tuttavia a fare qualche considerazione più “nostrana”.
A metà e a fine Agosto mi ero già occupato di Twitter in una sorta di “lettera aperta” alle piccole imprese, dove evidenziavo che l’utilizzo di piattaforme 2.0 può consentire, a costi praticamente nulli se non quelli legati al knowledge, di migliorare i profili di business. Più che in altri paesi, in casa nostra l’adozione delle tecnologie da parte delle piccole imprese è un grande problema. Ci sono barriere di tipo culturale: storicamente, la competitività delle piccole aziende italiane è sempre passata per la leadership nei costi, aiutata dalle svalutazioni della lira, piuttosto che alla creazione di un vero valore aggiunto. Vi sono poi barriere di tipo infrastrutturale: ancora oggi i costi di collegamento a Internet sono elevati. Twitter non è certo la panacea di tutti i mali nè un strumento universale che possa andare bene a tutte le aziende. Nonostante questo, se spostiamo l’analisi su aziende più grandi, confesso di avere problemi di comprensione. Non riesco a capire come una grossa azienda, che magari spende milioni di euro in R&S o in pubblicità, non tenti di analizzare l’impatto sul proprio business di uno strumento come Twitter, non fosse altro perchè si tratta di uno strumento completamente gratuito. Qui il fattore culturale secondo me diventa preponderante. Da tempo, discipline quali CRM o il marketing relazionale non rappresentano più l’avanguardia degli studi di marketing. In Italia, tuttavia, sembra che l’applicazione di tali concetti si sia fermata semplicemente nell’attivazione dei call center. La nota dolente è che questi, più che un mezzo di relazione con il cliente, sono diventati un’esternalizzazione: curare seriamente i rapporti con i clienti costa e allora ci si affida a personale esterno, precario, spesso mal pagato, che non aderisce ai valori dell’azienda. Il risultato lo conosciamo: ognuno di noi ha una storia di disservizio da raccontare. L’errore di fondo è spiegato benissimo dal paradigma del marketing relazionale:

la qualità viene prodotta localmente nei momenti di verità delle interazioni acquirente/venditore.

Le mie argomentazioni mi conducono dunque ai soliti problemi italiani: la gerontocrazia dei CEOs, il pensiero unico, l’applicazione con molto ritardo dei concetti della scienza del marketing che si evolve, la scarsa attitudine alla tecnologia. Molti bloggers su questo aspetto cavalcano l’onda dell’ottimismo: esiste una generazione di uomini e donne, i famosi nativi digitali, che respirano quotidianamente tecnologia e applicativi web 2.0. Su questo punto, almeno in Italia, io sono cauto. Tempo fa ho assistito a una lezione universitaria in un corso di laurea in Comunicazione Pubblicitaria. Si parlava di applicazioni Web 2.0 e di branding virtuale. Sono rimasto sorpreso dalla scarsa conoscenza degli studenti persino di strumenti come il blog! Se questi ragazzi saranno gli esperti di marketing di domani, non usciremo mai da questo circolo vizioso che vede gli altri Paesi correre mentre noi segnamo il passo.

 Lascio a voi ulteriori riflessioni, critiche su quanto ho detto e, perchè no, segnalazioni di case study di aziende italiane che abbiamo incluso con profitto Twitter nelle proprie strategie.

Linkografia
@ Come i grandi brand utilizzano Twitter
@ Twitter for business: un case study. Dell
@ Why Europe’s CEOs Should Twitter
@ Twitter in Europa non attacca
@ Di quando sono tornato a scuola
@ Declino economico italiano (voce Wikipedia)


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