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La biodiversità va “coltivata”

Uno stacchinoTutti, grosso modo, sanno cosa sia la biodiversità. Sapere come concretamente si tutela, e soprattutto CHI la conserva, è una cosa diversa.
Nello specifico, se ci si riferisce agli alberi, tutti noi intuiamo i danni incalcolabili derivanti dagli incendi che devastano le nostre foreste. Quello che forse non ci siamo mai chiesti (almeno io finora non l’avevo fatto, finché non l’ho visto coi miei occhi) è che cosa si fa per ripristinare, per quanto possibile, l’esistente.

Una foresta non è come il balcone di casa (se mi marcisce il geranio, vado al vivaio e ne compro un altro). Per conservare la biodiversità, in un suolo devastato da un incendio, andrebbero piantati gli stessi alberi che facevano parte della foresta stessa. Ma se quella foresta è in cenere, come si fa?

Semplificando molto, nel tempo la legislazione italiana ha condotto alla creazione prima di un libro Nazionale Boschi da Seme (LNBS) e, successivamente, con la delega alle Regioni, di Libri Regionali Boschi da Seme (LRBS). Che cosa sono? Si tratta di elenchi di boschi certificati di speci autoctone e con ben determinate caratteristiche (l’altezza sul livello del mare, il tipo di terreno, ecc.) dal quale prelevare i semi delle piante, farli germinare in vivaio per poi mettere a dimora le piantine ottenute.

cartellino

Si tratta di un’attività davvero molto particolare. Questi semi devono avere un’alta possibilità di germinare, quindi in alcuni casi (conifere), anziché raccogliere gli strobili (le pigne) che cadono sul terreno, queste vengono prelevate direttamente sulla pianta, in alto, da quelli che sono chiamati “uomini scoiattolo” e che con corda e ramponi raggiungono le vette più alte (c’è un bellissimo documentario passato su Geo&Geo sull’attività degli stacchini, di cui purtroppo non riesco a trovare nessuna traccia in Internet). Gli esemplari non vengono raccolti solo dalle piante più in salute (si farebbe una sorta di selezione genetica) ma da tutte quelle in una certa area.
I coni raccolti seguono poi tutta una serie di lavorazioni. Le pigne vengono essiccate in modo che si aprano, con dei vagli i pinoli vengono separati dalla sporcizia e dai frammenti della pigna e, ottenuto un prodotto “puro”, queste sementi vengono stoccate in celle frigorifere, a temperature opportune, dove si possono conservare anche per anni (nel caso di molte conifere 30-40).
Queste lavorazioni vengono eseguite per numerose speci, e ciò consente di salvaguardare la biodiversità arborea nel nostro paese evitando che per i rimboschimenti si utilizzino speci alloctone (importate dall’estero).
Uno dei due luoghi (a gestione del Corpo Forestale dello Stato) dove si effettuato tutte queste attività è il vivaio “Alto Tevere”  di Pieve Santo Stefano (AR), che cura prelievo e conservazione dei semi arborei del centro-sud. L’altro centro si trova a Peri, in provincia di Verona e si occupa delle semenze dell’arco alpino.
E’ un lavoro silenzioso, che conoscono solo pochi addetti ai lavori. Chi ricorda l’incendio di Peschici (luglio 2007), o quello della pineta di Lido di Classe (luglio 2012) non sa che le piante rimesse a dimora provengono da questo centro, che ha utilizzato i semi conservati prelevati dai “fratelli” delle foreste distrutte. Nessuno sa ad esempio che dal centro di Pieve provengono 25000 piante utilizzate per l’arredo urbano dei nuovi insediamenti a seguito del terremoto dell’Aquila, o che 300.000 piante sono state fornite per il recupero del verde urbano di Sarajevo distrutta dal conflitto nei Balcani.

Si tratta di centri all’avanguardia, eppure minacciati dai continui tagli, oramai con pochissimo personale.  Un’altra eccellenza italiana che rischia di scomparire, assieme alla biodiversità del territorio.

E allora, per quel poco che posso fare, posto una piccola linkografia in materia di raccolta di semi forestali, invitandovi, se passate da quelle parti, a visitare il Centro di Pieve Santostefano (AR).

Linkografia

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