Posts Tagged 'social networking'

Privacy e social networks, un aiuto dal Garante

Il bimbo che oggi ha 20 mesi e le attività connesse al trasferimento nella casa nuova mi hanno lasciato per tanto, troppo tempo, lontano da questo blog. Giusto oggi, tramite Twitter (thanx Catepol e Robin Good ), ho saputo di un interessante lavoro (a maggio 2009) dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali sui pericoli derivanti da un uso non consapevole dei social networks. I pochi che hanno il piacere di leggere questo mio spazio sanno che i rapporti tra la Rete e la privacy sono tra i miei argomenti preferiti e dunque vi suggerisco il link all’opuscolo: “Social Network: attenzione agli effetti collaterali”.
Come indicato nella prefazione, la deterritoralizzazione dei servizi di social networking non ci permette una vera tutela nel momento in cui vengono violati i nostri diritti. Recitava il vecchio adagio pubblicitario che “Prevenire è meglio che curare”, e questo il Garante sembra averlo capito benissimo muovendosi ancora una volta sulla strada del coinvolgimento degli utenti e nell’incremento della loro consapevolezza.

L’opuscolo lo trovo davvero interessante, chiaro e gradevole graficamente, rivolto a diverse tipologie di utenti e quindi con linguaggi diversi. Anche stavolta, a mio avviso, il Garante e il suo Presidente hanno colpito nel segno e l’Autorità ha oramai affiancato al suo prestigio istituzionale una reputation guadagnata sul campo attraverso l’ascolto di chi la Rete la vive quotidianamente e sfociata anche in un intervento su SL di cui ho già trattato. Consentitemi una punta di polemica: mi auguro che la competenza del Garante rassicuri altri membri delle istituzioni e li dissuada da mettere in campo campagne di oscurantismo cui l’Italia già abbastanza arretrata tecnologicamente in vasti strati della popolazione non ha punto bisogno.
Buona lettura.

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Furti di identità e Twitter

Inevitabilmente, con l’aumento degli utenti Twitter, cominciano le prime scaramucce tra il noto sistema di microblogging e i furti di identità.
Il manager della squadra di football americano dei  Saint Louis Cardinals Tony La Russa ha querelato Twitter per la presenza di un falso account a suo nome, con tanto di immagine e,  attraverso il quale sono stati inviati alcuni tweets.
Non si sa ancora a che risultati condurrà la querela; per il momento la cosa sembra avere irritato non poco lo staff di Twitter, secondo cui, si legge nel blog ufficiale, “la denuncia di La Russa è un inutile spreco di risorse giudiziarie che sfocia nel frivolo” (anche perchè l’account fake è stato disattivato quasi da subito).
Più che una battaglia per i diritti civili, appare chiaro che Mr. La Russa abbia voluto proteggere più che altro i propri trademark rights. Quale che sia la causa di tanta indignazione, sta di fatto che, forse per arginare futuri problemi (e risarcimenti miliardari cui i giudici USA ci hanno abituato), nel blog di Twitter viene annunciato per l’estate un servizio in versione beta di verifica dell’account.
L’esperimento comincerà con gli account di organi governativi, artisti e atleti famosi ed altri “individui ben conosciuti” a rischio fake.
La questione è abbastanza spinosa. Se impersonare organi politici o di stampa o di opinione potrebbe effettivamente creare un danno sociale (e qui ricadiamo nei soliti problemi di diffusione massiva dei sistemi di social networking presso l’utenza non “attrezzata”), diventa problematico definire cosa sia “ben conosciuto”.  In America? Nel Mondo? Nella blogosfera? Forse sarebbe stato meglio utilizzare per il beta testing del servizio i twitters influenti (nell’accezione che il termine ha all’interno della Rete).
Attendiamo gli sviluppi della questione.

Breve linkografia

@ Cardinals Manager Tony La Russa sues Twitter for impostor account
@ Not playing ball (dal blog ufficiale di Twitter)
@ Twitter lancerà i Verified Accounts

Facebook e tradimenti: case-study di viral marketing e cattiva informazione

tradimento su FacebookNon so se avete seguito la vicenda, apparsa su molti quotidiani, del presunto tradimento di Valeria da parte di Antonio, scoperto attraverso Facebook.
Tutto nasce dall’affissione selvaggia a Roma, da parte della presunta promessa sposa,  di decine di copie di una foto (scaricata da Facebook) che ritrae il fidanzato, a due settimane dal matrimonio, in atteggiamenti poco “ortodossi” con una signora dalla generosa scollatura…

La storia si è ben presto rivelata un manovra orchestrata ad arte per la promozione del film Feisbum del regista Dino Giarrusso.
Lasciandovi ai link in fondo al post per la storia completa, volevo solo condividere con voi un paio di considerazioni:

Prima considerazione
A mio avviso PERFETTA la strategia di viral marketing, un bellissimo case-study italiano da apprezzare e analizzare per la sua capacità di  amalgamare gli ingredienti giusti per il successo:

a) Il piu’ chiacchierato social network del momento
b) La solita storia di corna che accende interessi e fantasie di noi italiani
c) L’estrema verosimiglianza con altre storie di tradimento e vendette portate nelle strade con volantini artigianali
d) La cross-medialità: i volantini per la città, Facebook, Youtube (la “vendetta” della fidanzata) e i quotidiani appunto tirati per la giacca.

Il cocktail è esplosivo e molti giornali cadono nella rete (e nella Rete) anche se, a onor del vero, diversi subodorano la bufala. Insomma, complimenti a chi ideato tutto questo: con pochi mezzi si è riusciti ad ottenere risultati incredibili se confrontati, ad esempio, con la campagna viral per il film Watchmen (e parliamo di ben altri budget).

Secconda considerazione
Come già detto, in molti hanno sospettato della falsità della notizia. Tuttavia, non mi pare una bella figura per i media tradizionali, che forgiano e spostano opinioni di grandi quantità di persone, confondere ancora una “bufala” con strumenti di comunicazione non convenzionale che oramai dovrebbero essere noti a chi fa informazione. Per i giornalisti che ancora non l’hanno capito, dunque, cominciate DA QUI.  Anche per evitare, e scusate la polemica, che additare i social networks come vasi di Pandora hi-tech per vendere qualche copia in più possa indurre a proporre progetti di legge quantomeno DISCUTIBILI.

 Linkografia
@ Scopre su Facebook che lui la tradisce. E si vendica coi manifesti 
@ Valeria non perdona su Facebook
@ Tradita mette alla gogna promesso sposo, ma forse è una burla
@ Viral marketing: Facebbok, tradimenti e matrimoni annullati
@ Valeria non perdona Antonio, vendetta per colpa di Facebook

Social networking e privacy, matrimonio difficile

La notizia, del 5 novembre 2008 e apparsa il 9 in Italia, è un po’ vecchiotta ma non abbastanza per suscitare ulteriori riflessioni sulla privacy e la pervasività del Web 2.0.
Caitilin Davis era una delle cheerleader della squadra dei New England Patriots. Caitilin è stata espulsa dalla squadra poichè su Facebook sono apparse delle foto che la ritraggono mentre con una amica è intenta a scrivere con alcuni pennarelli sul corpo di un ragazzo addormentato parole “sconvenienti” e a disegnare svastiche.
Senza entrare nel merito del comportamento personale (ognuno può avere la sua opinione in proposito), il fatto è che Caitilin si aggiunge alla nutrita lista (tra cui Stacy Snyder di cui avevo già parlato in questo articolo) di coloro che si sono viste condizionare la vita personale e/o professionale a causa di un errato utilizzo di un social network.
Il rapporto tra privacy e nuovi media è per il sottoscritto un argomento di notevole interesse, approfitto quindi del caso Davis per segnalare il convegno “Social Network: i valori della community, le incognite della Rete“, che si terrà il 26 Novembre alle ore 21.00 nella Conference Hall di Unacademy su Second Life. Il relatore sarà il prof. Francesco Pizzetti, Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, moderatore Giovanni Boccia Artieri aka Johannes Bedrosian, professore della Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino.

@ Social Network: i valori della community, le incognite della Rete
@ Facebook colpisce ancora: espulsa cheerleader
@ Caitlin Davis’ life is not so cheery now

Ombra digitale: minaccia alla privacy?

Ricomincio a movimentare il blog fermo dal 15 Aprile con un argomento che avevo in testa da un pò di tempo e che ho focalizzato meglio grazie ad alcuni accadimenti: la diffusione delle denunce dei redditi 2005 immessi illeggittimamente dall’Agenzia delle Entrate e l’articolo di Andrea D’Ambrosio dal titolo “De-privacy” apparso su “La Repubblica delle donne” 596 del 03/05/2008 e da cui traggo largo spunto.
Vorrei allora fare qualche considerazione su quella che viene definita digital shadow. Accanto ai soliti dati (cookies) lasciati a volte a nostra insaputa (e che possiamo tenere sotto controllo con un’oculata gestione dei browser), esiste tutta una serie di dati lasciamo in Rete volontariamente sui siti di social networking.
Uno dei paradigmi del web 2.0 è la condivisione. Il valore aggiunto di questi siti 2.0 è quello di creare una rete di contatti con persone che abbiano più o meno i nostri gusti.
Un altro elemento importante è quello della viralità, la possibilità di scagliare lontanissimo, persino oltre le nostre originali intenzioni, opinioni e passioni che ci caratterizzano come individui.
Quando ho iniziato a navigare su Internet mi aveva sempre affascinato questo fatto di poter condividere anche molto della mia personalità (perchè sono convinto che su Internet siamo molto più veri che nella vita reale) ma sempre dietro lo schermo di un nickname.
Questo pseudo-anonimato è ora più difficile da ottenere. Essendo assai raro che un utente di questi servizi si limiti ad utilizzarne uno solo, una volta risaliti al nome reale del soggetto (alcuni siti di social networking come Facebook lo mostrano espressamente), diventa estremamente facile creare un piccolo “dossier” su quello che siamo, sulle nostre preferenze culturali, sociali, ed anche sessuali.
Vediamo cosa può fare un ipotetico datore di lavoro. Dopo aver effettuato un colloquio per assumervi e preso nota delle vostre richieste economiche e delle vostre passate retribuzioni (ovviamente dichiarate per eccesso), va a sbirciare gli elenchi delle Agenzie delle Entrate (comportamento illegale certo, ma possibile) offrendovi poi un diverso livello retributivo.
Certo, quei dati non li abbiamo certo d iffusi in Rete noi, ma lo stesso datore di lavoro va oltre e si diverte a cercare sui motori di ricerca il vostro nome o ad aprire un account Facebook e vedere se ci siete. Da lì risalire agli account che avete in altre applicazioni Web 2.0 è semplice. Come vi sentireste a perdere il vostro lavoro per una foto su Flickr, un video su Youtube o una cavolata qualunque che avete lasciato su Internet? Beh, a una signora di nome Stacy Snyder è accaduto.

Infine, ci sono anche aspetti molto pesanti, come quello del profile-squatting: clonare il vostro profilo per ricrearlo altrove, diffamandovi, è estremamente semplice da fare e molto difficile da combattere.
Il navigatore attento può utilizzare alcuni stratagemmi per limitare questi effetti indesiderati della nostra voglia di farci conoscere al mondo. Ma quando neppure la nostra forma mentis ci induce a vigilare? A differenza della mia generazione, 30-40enni che hanno visto le varie fasi della Rete, e la cui socialità si è formata prevalentemente nei canali “tradizionali”, il problema è forte per i cosiddetti nativi digitali, bambini nati dopo la diffusione di Internet, nati in una società interattiva e multicanale fatta soprattuto di PC e cellulari. A scuola, a casa e con gli amici il perimetro della identità comprende anche la loro identità on-line. Si espongono con poche cautele nei siti di social networking per esprimersi, per apparire, per comunicare e per stabilire relazioni sociali ed affettive.
Per questi il problema dell’ombra digitale potrebbe non essere di facile soluzione.

Piccola Linkografia
@ NY Times.com: To Aim Ads, Web Is Keeping Closer Eye on You
@ Dailygalaxy.com: Your “Digital Shadow” -a Mind Bending Prediction for the Future
@ Il blog del Prof. Paolo Ferri (Università Milano Bicocca)
@ Repubblica.it: Privacy, Rfid e Dna: quanti rischi nel pantano del social networking


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